C’è una domanda che mi viene chiesta sempre più spesso: “ti occupi anche di casi complessi come il mio?”. E a farla, questa domanda, è sempre una donna. Scrivo questo articolo proprio per raccontarti tre cose importanti da sapere così da orientarti al meglio in un percorso di cura al femminile.

La complessità dell’universo femminile

Ci siamo spesso sentite dire che siamo troppo “complesse”. In realtà, la complessità dell’universo femminile è una nostra caratteristica fisiologia. Potremmo dire che sia la normalità per noi, governate da un movimento ormonale diverso rispetto a quello maschile.

Eppure, in qualche modo questa caratteristica è diventata “negativa” o quantomeno “problematica”. E sai perché? Perché rispondiamo in modo diverso rispetto agli uomini.

E questo ci ha sempre penalizzate: negli studi, nella ricerca scientifica, nella considerazione da parte di una medicina antropocentrica, dove le donne vengono spesso guardate da una lente maschile. E dove i nostri sintomi vengono sminuiti, minimizzati, trascurati.

C’è bisogno quindi di mettere a fuoco alcuni passaggi importanti, con l’augurio che questo articolo serva almeno un po’ a farti sentire meno sola e meno “complicata” nel tuo percorso di cura al femminile.

1) Tutto parte dalla medicina di genere

Non è nuovo che le donne abbiano bisogno di una considerazione e di un approccio diverso, rispetto a quello dell’uomo. E c’è un filone che se ne occupa: si chiama medicina di genere. Nasce dall’esigenze di avere un approccio personalizzato perché le donne, proprio per via della loro complessità, vengono sistematicamente escluse da studi e ricerche, con il risultato che per loro il percorso di cura diventa più difficile e tortuoso.

E spesso per arrivare a una diagnosi e un trattamento terapeutico corretto impiegano molto più tempo rispetto a un uomo.

Purtroppo, in Italia siamo (ancora) molto indietro su questo aspetto e molti specialisti continuano a trascurare questi dati. La giornalista Alessandra Vescio lo spiega molto bene nel suo articolo: “A che punto siamo con la medicina di genere?” Un articolo per iniziare a comprendere come mai noi donne non ci sentiamo comprese quando si tratta di cure.

2) Il corpo tenta sempre di comunicare con te, anche in modi diversi fra loro

Scrivo da sempre come ogni persona sia un ecosistema. Il corpo è formato da sistemi diversi che funzionano fra loro in sinergia. Quando uno o più di questi sistemi va in disfunzione, spesso si tende a guardarlo in modo separato.

Faccio un esempio: da me arrivano donne con problematiche ormonali, digestive e immunitarie. Sono state da ginecologi, endocrinologi, gastroenterologi, allergologi. Ognuno fa la sua diagnosi, ognuno dà la sua terapia. È naturale che sia così: ogni professionista si occupa del suo campo. Quando queste donne arrivano da me, si domandano: cosa succede allora? Cosa posso fare?

La risposta è che manca una visione d’insieme.

Nel mio lavoro, so come utilizzare un’alimentazione che vada a sostegno dell’organismo per supportare i diversi sistemi e soprattutto aiutare una paziente a comprendere come tutti questi sistemi dialogano fra loro. Anche se mandano segnali che rendono confuse.

Lo so grazie a tanti anni di formazione nel campo della medicina integrata, biointegrata, funzionale e sistemica. Dove i professionisti si formano proprio per avere una visione che abbracci la totalità della persona (puoi approfondire la mia formazione qui).

Il messaggio da portare a casa è che c’è bisogno di una visione d’insieme, che ho approfondito anche in questo articolo dove parlo di come essere considerata nella tua totalità.

3) Non c’è nulla di sbagliato in te

Per qualche motivo, come donne tendiamo a sentirci sbagliate sempre e comunque. È infatti una delle frasi che sento più spesso quando una paziente arriva in consulenza, si presenta e inizia il suo racconto: “Lo so che sono sbagliata, ma..

E no, non c’è nessuno sbaglio, nessun errore. Manca solo la consapevolezza che altre come noi si sentono esattamente nello stesso modo.

Non è un caso che nascono movimenti e associazioni attorno a tematiche come l’endometriosi o la vulvodinia. Quando si scopre che in moltissime hanno attraversato anni di dolori e di diagnosi scorrette (incluse terapie inefficaci), ecco che ci si mette insieme, per far sentire altre donne meno sole.

Non c’è bisogno ovviamente di arrivare a delle malattie croniche. Bastano anche sintomi vaghi e indefiniti, come gonfiore addominale, intestino irritabile, ciclo doloroso, allergie stagionali che non rispondono più alle terapie.

Quello che manca, sono i due punti precedenti: la consapevolezza che in quanto donna c’è una complessità da guardare -possibilmente senza giudizio- e la necessità di una visione d’insieme dove si ascoltano i diversi segnali del corpo e si lavora per portare un nuovo equilibrio.

Per rispondere alla domanda con cui ho iniziato questo articolo: “ti occupi anche di casi complessi come il mio?” la risposta è sì, mi occupo di casi complessi per accompagnare una donna a sentirsi meglio e soprattutto a vedersi considerata finalmente nella sua unicità.

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Foto di Hannah Murrell su Unsplash