Avevo iniziato il 2023 raccontando di come mi fossi presa una pausa dalla città (Torino) per dedicarmi allo studio della Medicina Biointegrata presso l’Università degli Studi di Chieti, in Abruzzo.
Un ritorno alle radici, visto che quando ho scelto di trasferirmi a Torino, l’ho fatto per fare nuove esperienze e crescere come persona e come professionista.
Sono arrivata alla prima lezione del corso con la sicurezza di chi ha studiato tutto e (abbastanza) bene. Per cui un ripasso delle costituzioni mi avrebbe aiutata a rinfrescare la memoria e ad avere nuovi stimoli.
E invece, sin dalle prime lezioni, mi sono trovata di fronte a un percorso che mi ha messa sotto sopra.
Attenzione: io amo mettermi in discussione, andare incontro a esperienze che mi spingono a pensare e agire diversamente rompendo i miei schemi rigidi – da buon Tubercolinum TK5, come avrei imparato durante il corso rispetto alla mia costituzione – ma lo shock di perdere tutti i miei punti di riferimento è stato decisamente forte per me.
Più che mettermi in discussione, questo percorso mi ha portata a dover azzerare tutto. Tutte le mappe mentali, tutte le convinzioni, tutti i ragionamenti così lineari (per me, ma non per Medicina Biointegrata).
E ogni volta che mi sembrava di poter mettere un nuovo picchetto dove ancorare il tutto, ecco che dovevo rimuoverlo di nuovo. Per non avere nessuna certezza, ma solo un campo di infinite possibilità attraverso cui un disturbo può dipanarsi.
Sì le caratteristiche costituzionali, sì le predisposizioni, sì le biotipologie, eppure nessuna conclusione. La persona al centro e con lei nuovi puntini da unire fra sintomi, manifestazioni e stati d’animo.
Lo studio della Medicina Biointegrata, che credevo una passeggiata, in realtà si è rivelata prima di tutto una sfida con me stessa. Per andare oltre le sicurezze, i preconcetti, le nozioni che do per scontate. Così da rompere quegli schemi che mi fanno girare su determinati circuiti impedendomi di prendere in considerazione infinite variabili e infinite strade.
Ricordandomi sempre e soltanto che la persona davanti a me è quella al centro. Non i miei studi, non la mia esperienza, non i concetti ben ancorati nella mia mente.
Studiarla insieme a colleghe provenienti dai diversi campi della medicina e della psicologia, è stato un valore aggiunto. Pensavo di avere poco o nulla in comune con loro e invece in questo anno ho capito quanto ognuna mi aiutasse a esplorare meglio parti di me e del mio lavoro.
L’unica certezza in questo percorso è emersa durante la pratica clinica presso la Domus Medica a Bagnoli del Trigno. Lì, dove avrei visto nella pratica le nozioni apprese durante il corso universitario, mi sono trovata una nuova sorpresa.
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I punti in comune fra me e la Medicina Biointegrata
Finalmente io e la Medicina Biointegrata avevamo un punto in comune: l’ascolto del paziente, per davvero.
Durante i giorni in clinica, fra una visita e l’altra, ho ritrovato più cose in comune di quante avrei potuto immaginare. Tutte quelle che mi hanno portata a continuare a studiare senza mai fermarmi, a scrivere tre libri (con il quarto in arrivo), a seguire nuovi progetti, a creare un podcast sulla Nutrizione Intuitiva.
Il punto in comune è quello di considerare una persona come unica.
Lei al centro, insieme a ciò che il corpo sta manifestando. Un ecosistema dove biochimica, struttura e psiche si incontrano e nel mezzo un nucleo di energia vitale che la tiene viva, quest’ultimo quello più ingiustamente trascurato nella medicina di oggi.
E’ stato proprio durante le visite in clinica che ho scoperto quanti punti abbiamo in comune io e la Medicina Biointegrata. Lì dove ho fatto fatica a trattenere le emozioni e le lacrime. Quando mi sono trovata di fronte le stesse situazioni a cui mi trovo di fronte nel mio lavoro.
E cioè i pazienti non ascoltati, soprattutto le pazienti, donne. Dove per ogni sintomo vago la colpa è dello “stress”. Dove per ogni variabile nella manifestazione la colpa è dell’umore. Perché sì sa, in fondo, che le donne sono più sensibili e quindi meno attendibili, no? (sono ironica, ovviamente)
Lì ho ritrovato il dolore: per non essere ascoltate, per non essere credute, per sentirsi giudicate e sbagliate dopo le visite mediche che non riescono a inquadrare un disturbo o una patologia, soprattutto quando sono più patologie insieme.
Ho ritrovato il coraggio: di andare avanti, di continuare a cercare un professionista che le ascolti, di rifiutare addirittura le cure quando queste cure risultano approssimative ma le uniche disponibili secondo la medicina che guarda solo al pezzettino, solo al sintomo, solo all’urgenza di zittirlo.
Ho ritrovato la stanchezza di chi ne ha passate tante. E posso dirti che sono stanca anche io di tutti i luoghi comuni che sono duri da scalfire sul cibo e di una cultura della dieta che finisce sempre e comunque per farci sentire sbagliate e in difetto (su questo ci tornerò presto).
Ho trovato l’istinto. Di continuare a cercare e di affidarsi a qualcuno che scegli per davvero, quel qualcuno che senti ti potrà aiutare a uscire fuori da un empasse dove nessun altro professionista è riuscito finora.
Quell’istinto che caratterizza ogni essere umano, come bussola interiore finalizzata alla sopravvivenza. Che ogni volta si cerca di zittire insieme al sintomo, senza mai capirne la causa, senza mai trovarne l’origine, senza mai prenderlo in considerazione.
E mentre la medicina continua a considerare la cura come protocollo da applicare sempre e comunque, la casistica di pazienti che si sentono sbagliate, incomprese, giudicate fino a quasi considerarsi dei “casi disperati” (perché sì, questa è una delle frasi che mi viene riferita più spesso nel mio lavoro) aumenta sempre di più.
Abbiamo più punti in comune di quanti avrei pensato, io e la Medicina Biointegrata, e l’ho scoperto solo alla fine di questa formazione. Magari in futuro ne saranno ancora di più.
Ho iniziato questo corso di studi ed esperienza clinica per avere una quadro più chiaro del mio percorso formativo e si è rivelata un’esperienza trasformativa non solo come professionista ma anche e soprattutto come persona. Per me che in passato ho sofferto la mia “unicità” e dove mi sono sempre sentita sola nelle mie scelte contro-corrente, domandandomi più volte se fosse il caso di continuare a studiare campi complementari ai miei e sentendomi così diversa in mezzo a tanti altri professionisti e alle loro granitiche certezze.
Intanto, mi porto a casa un insegnamento prezioso. Lo stesso che ho detto a una paziente mentre si asciugava le lacrime raccontando la sua complicatissima storia clinica: “Non sentirti sola, non lo sei. Ci siamo noi qui ad ascoltarti.”
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Ogni persona ha una storia e un equilibrio unico.
Quando smettiamo di guardare al corpo per parti separate, iniziamo a comprenderlo davvero. Nel breve video trovi uno sguardo più ampio su come nutrizione e segnali del corpo possono essere letti insieme.