Entrando a Palazzo Francisci la prima sensazione che ho è quella di un luogo sospeso nel tempo. Questa residenza, fra le prime in Italia, è un luogo dove le persone che soffrono (spesso da moltissimi anni) di anoressia e bulimia scelgono -volontariamente- il ricovero. Una residenza che assomiglia più a “una casa” come racconta la dr.ssa Laura Dalla Ragione in uno dei suoi libri (Social fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari, Il Pensiero Scientifico, 2023), dove si trascorre un periodo circondate da un’equipe multidisciplinare.

Il mondo fuori, e quello qui dentro

La seconda sensazione che provo, quando mi ritrovo nella sala comune e osservo le pazienti con uno sguardo perso nel vuoto, è: “Ma come mi è venuto in mente?!”

Sì, perché mi trovo a che fare anche io con un vuoto improvviso: quello di sentirmi impotente.

Io che ho continuato a studiare anni per cogliere l’unicità di ogni persona e posso descrivere quali sono i punti di forza e i punti di vulnerabilità osservando la costituzione fisica, la forma delle mani, il colore degli occhi, il temperamento e le sue attitudini per tracciare una strada verso il riequilibrio, all’improvviso mi trovo sospesa anche io.

Il tempo si muove lentamente, troppo per me che sono abituata a vivere le mie giornate nel “fare”. A risolvere problemi complessi sì, ma di certo molto diversi rispetto a quelli che incontro qui.

I ritmi nella residenza al Francisci sono scanditi dai gruppi terapeutici giornalieri, dagli incontri individuali con i professionisti dell’equipe e dal momento dei pasti, dove si gioca una battaglia interiore che ciascuna ragazza vive e che cerca di non mostrare.

Per me questa battaglia è evidente da piccolissimi gesti: le gambe che tremano, il braccio che si muove lentamente per portare la forchetta alla bocca (quasi come se una forza invisibile gli remasse contro), un movimento con il cucchiaio che cerca di mescolare il cibo nel piatto, ancora e ancora.

La possibilità di osservare questo modello di cura

La settimana qui è una possibilità: quella che viene data ai professionisti per osservare il modello di cura dei DNA (Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione) attuato da più di 25 anni.

Un modello virtuoso costruito all’interno del sistema sanitario nazionale, che la Dr.ssa Dalla Ragione, psichiatra, porta avanti insieme alle sue collaboratrici e ai suoi collaboratori, dettando le linee guida a livello nazionale e fornendo la base al numero verde per i disturbi alimentari.

Una possibilità che ho accolto volentieri, frequentando il loro corso di perfezionamento “Le buone pratiche di cura nel trattamento dei disturbi della nutrizione dell’alimentazione, paradigmi teorici e modelli organizzativi”, forse l’unico che dopo anni di studi mi ha davvero ispirata in positivo.

In un mondo in cui come professionista sono bersagliata da corsi su longevità, antiaging e altri trend nel campo della nutrizione e del benessere dove spesso chi fa formazione non vede più (o non ha visto mai) pazienti, i docenti di questo corso vedono pazienti quotidianamente.

Un modello completo che potrebbe essere applicato in tutte le tipologie di disturbi. Ma che diviene realtà solo in pochissimi campi, come questo, richiedendo uno sforzo e un’umanità enorme.

La cura non è semplice e neppure scontata

L’equipe che ho conosciuto a palazzo Francisci (e che in realtà si estende agli altri centri che prendono in cura i disturbi dell’alimentazione e della nutrizione in Umbria) rappresenta quello che speravo di poter sperimentare: un contatto umano, oltre che professionale, una visione integrata e complementare della cura.

Per me che da 15 anni mi confronto con la realtà di una medicina frammentata e riduzionista, è una boccata d’aria fresca.

E forse è proprio in questo campo che il cortocircuito (di cui ho preso consapevolezza negli anni) diventa più evidente.

In tanti anni di lavoro sul benessere ormonale femminile, posso toccare con mano il più delle volte quanto i sintomi riportarti dalle donne siano spesso sminuiti e normalizzati. “E’ solo stress” – “è una persona troppo emotiva” – “si tratta solo di un po’ d’ansia” è una delle tante, troppe frasi che le donne si sentono rivolgere durante le visite. Situazione che si capovolge quando si tratta di infertilità: d’improvviso, la donna viene analizzata a fondo e sempre per prima rispetto al partner, nonostante i dati sull’infertilità ci dicono essere per metà femminile e per metà maschile.

Qui, nella rete Umbra, c’è qualcosa che noto subito: la maggior parte delle professioniste sono donne, così come le docenti.

Una cosa rarissima nei corsi di formazione, congressi e convegni, dove la percentuale delle docenti arriva appena al 30% (se non del tutto assente).

Un viaggio durato 16 anni

Il giorno della mia partenza coincide con il giorno in cui si riunisce l’equipe e ci si confronta sulle situazioni di ciascuna paziente. Mi guardo intorno e osservo l’equipe: fra loro, rivedo colleghe che ho conosciuto all’università e rifletto su quanto siano a proprio agio in un ambiente dal quale ero fuggita anni fa.

Proprio così: nell’estate 2010 mi avevano suggerito di trascorrere qualche giorno nella residenza di palazzo Francisci e io, neolaureata presso l’università di Perugia, avevo accettato con curiosità. Ma non ero arrivata nemmeno al quarto giorno: l’impatto emotivo era stato troppo grande e mi ero ripromessa di non tornarci mai più.

E invece eccomi qui, 16 anni dopo, a sperimentare questo modello di cura e a osservare come ci sia un filo rosso che unisce tutto. Perché qui, le donne occupano un grande spazio di cura.

Forse perché l’anoressia e la bulimia sono considerate “roba da donne”?

È una domanda che mi torna alla mente più volte e che non voglio lasciare in sospeso. Conto di riprenderla durante la tesi del master in Medicina di Genere che ho appena iniziato.