Ho iniziato a lavorare a 26 anni e da allora sono passati 15 anni. Abbastanza per poter osservare un’evoluzione interessante nel campo della cura e della guarigione.

L’inizio: calorie, diete e protocolli

Quando mi sono laureata nel 2009, era il trionfo della medicina basata sul sintomo e sui protocolli.

Nel 2010 si parlava di medicina allopatica contro medicina “alternativa”.

In Italia, erano pochissime le regioni che consideravano un approccio più ampio nella cura. Mi viene in mente per esempio la Toscana, dove era possibile usufruire di prestazioni sanitarie come l’agopuntura e la fitoterapia in ambulatori dedicati.

Le persone che prendevano in considerazione una visione più ampia del benessere erano molto poche.

E devo dire che anche io lavoravo con una nutrizione clinica per riequilibrare il sintomo, pur valutando sempre le diverse cause scatenanti. I primi anni i miei interventi erano risolutivi nella maggior parte dei casi e le recidive erano poche.

In parallelo ai corsi di aggiornamento professionali, continuavo a formarmi nel campo della medicina naturale, della naturopatia e dei sistemi medici olistici, portando avanti le mie ricerche sull’unicità di cui parlo nel blog, nei miei libri e nel podcast.

Verso una medicina integrata

Ho parlato già negli articoli del blog di come si sia arrivati a una medicina integrata, quantomai necessaria oggi (eccone due: Cosa vuol dire essere considerata nella tua totalità e Riparti da te, oltre il protocollo)

E arrivo quindi dritta al punto della questione.

Fin dall’inizio della mia professione mi dedico a una visione quanto più ampia possibile. Oggi la applico facendo confluire nel mio approccio diverse metodologie, fra cui la Medicina Biointegrata, nella quale viene presa in considerazione anche la dimensione interiore, intesa come nucleo di energia vitale di ciascuna persona.

Oggi quello che inizio a osservare in modo sempre più evidente è che la medicina, così come la conosciamo, sta cominciando a mostrare tutti i suoi limiti.

Limiti che arrivano da lontano, cioè da quella visione riduzionista dell’essere umano, che negli ultimi 2/3 anni si stanno facendo strada con più forza.

Limiti perché come esseri umani siamo degli ecosistemi compositi da corpo, mente, emozioni e da un’energia vitale che ci anima.

Non siamo quindi dei robot biologici, da rimettere a posto un pezzo per volta, come una medicina riduzionista basata sul sintomo vorrebbe.

Ovviamente la medicina ci serve: nell’urgenza, nelle operazioni chirurgiche, nelle terapie farmacologiche che curano e salvano vite.

Tutto il resto però, rappresentato da uno stato momentaneo, recidivante oppure cronico, non trae più beneficio con questo tipo di approccio mirato solo al sintomo.

Quando la cura non è (più) risolutiva

Ogni giorno, durante le mie consulenze, mi capita di osservarlo ormai sempre più spesso. I corpi sembrano andare per conto loro, emozioni e pensieri entrano in loop e restare centrate/i su uno stato di equilibrio e di benessere comincia a diventare sempre più difficile.

Quante volte mi sento dire: “Dottoressa non capisco più il mio corpo, non lo riconosco più. Va per conto suo e non so cosa fare”.

Come mai sta accadendo questo fenomeno? E come mai sempre più persone cominciano a notarlo?

Io una risposta ce l’ho e probabilmente ce l’ho chiara da molti, troppi anni.

Da quando ero poco più che ventenne ho portato avanti, in parallelo alla formazione accademica, le mie ricerche nel campo della ricerca interiore, dell’intuito, della meditazione e della crescita personale.

Mi sono sembrati sempre temi su cui potevo confrontarmi con le persone interessate a questi argomenti. Invece negli ultimi due anni tutto sembra aver subito un’accelerazione.

Mai come in questo momento sto osservando come tutto questo si stia concretizzando nella nostra quotidianità.

Dimensione fisica e dimensione interiore non sono mai state cose separate, sia chiaro.

Eppure, mentre prima ciascuna persona sceglieva come prendersi cura di sé sulla base della sua visione della cura e alcuni campi rimanevano confinati a una minoranza.

Oggi la vita sembra spingerci ad applicare principi e concetti anche da chi non li aveva mai considerati prima.

La necessità di considerarci ecosistemi in evoluzione

Per la mia esperienza, le pazienti che a fronte di uno o più sintomi riesco a ripristinare il loro stato di equilibrio e di benessere sono quelle che vanno oltre la superficie e che guardano tutto ciò che accade in una visione più ampia.

Una visione dove si mettono in discussione in prima persona rispetto a ciò che possono davvero cambiare non solo a livello fisico ma anche a livello interiore.

Quelle che si rifiutano di essere considerate solo in relazione al loro sintomo e che desiderano invece riappropriarsi di tutte le parti di sé.

Quelle che riescono a collegare tutti i puntini, andando oltre visioni limitanti e preconcetti e riappropriandosi del significato autentico della loro vita e del loro valore.

Mi guardo intorno e sento parlare di progresso, di emergenza climatica, di intelligenza artificiale applicata anche in ambito sanitario. Eppure come tutto si evolve e cambia, anche noi, come esseri umani stiamo cambiando.

I nostri sistemi non sono più disposti a essere regolati solo dall’esterno e sulla base del sintomo, bensì necessitano una regolazione interna.

È necessaria una nuova presa di consapevolezza dove il lavoro va rivolto non solo sui diversi sistemi e apparati dell’organismo, ma anche su diversi livelli di cura che partono da quello fisico e si muovono verso quello energico-esistenziale.

Foto di Yoann Boyer su Unsplash